Come capire se il tuo capo è un buon capo

Il capo. Chi, almeno per un volta, non è stato travolto da un senso di irritazione verso il proprio datore di lavoro? Immagino tutti.

E’ importante però capire se in linea generale il nostro capo è un buon capo. Una persona cioè che ci aiuterà veramente a crescere. Oppure no, è un capo non all’altezza.

Fermo restando compatibilità e incompatibilità che ognuno di noi può avere con altre persone, ci sono 3 indizi che ci possono fare capire se il nostro capo è un buon capo oppure no.

1. Si concentra sui nostri punti di forza (e non su quelli di debolezza)

Questo è un errore classico dei datori di lavoro. Nei feedback e nel lavoro quotidiano si concentrano sui punti di debolezza. E tralasciano i punti di forza.

Un lavoratore avrà sempre cose su cui è più bravo e cose su cui è meno bravo. Un buon capo permette al dipendente di far risaltare i proprio punti di forza. Ricorda: è sempre più facile passare da ottimo a eccellente che da scarso a buono.

Questo un buon capo lo sa. E quindi cerca di sfruttare le competenze dei dipendenti in questa ottica.

I punti di debolezza ci sono sempre, e chiaramente vanno migliorati. Ma il focus deve essere sui punti di forza.

2. Non fa false promesse

Il capo che fa promesse che poi non mantiene è un cattivo capo.

Questo a 2 livelli: personale e aziendale.

Se per esempio il tuo capo ti continua a promettere un aumento o una promozione a una data futura, che poi puntualmente non mantiene, ciò vuol dire che non è un buon capo.

O, a livello aziendale, se continua a parlare di fantomatici risultati che poi sono puntualmente smentiti dalla realtà…bé, non è un buon segnale.

3. Non fa micro-management

Fare micro-management vuol dire controllare continuamente ogni minima azione di un dipendente. Significa non delegare mai completamente un certo compito.

Significa, in pratica, non avere fiducia del proprio dipendente. Pessimo segnale.


La piaga della disoccupazione giovanile in Italia

Dalla crisi economica del 2008 scoppiata prima in USA e poi in tutto il mondo, i dati sul lavoro in Italia vanno sempre peggio. Soprattutto quelli relativi alla disoccupazione giovanile.

I dati sono allarmanti: più del 35% dei giovani italiani è disoccupato. Più di 1 su 3. Ma da cosa dipendono questi dati così allarmanti?

Ne possiamo individuare sostanzialmente 3. O meglio, possiamo individuare sostanzialmente 3 colpe. La situazione economica globale ed europea. Le mancanze della politica italiana. E le colpe dei giovani stessi. Vediamoli uno ad uno.

1. Situazione economica globale ed europea

La crisi del 2008 ha dato un forte ridimensionamento all’economia italiana. Non che prima fosse tutto rosa e fiori, ma sicuramente ancora oggi ci portiamo dietro gli strascichi di quella crisi globale.

L’italia ha perso una buona fetta del suo PIL. Le imprese sono andate in difficoltà. Le banche non hanno prestato denaro per un bel po’. Fare impresa è diventato difficile. E ancor di più è stato trovare un posto da dipendente.

E’ chiaro che in questa situazione quelli che ne hanno risentito di più sono stati i giovani in cerca di una prima occupazione.

2. Le mancanza della politica italiana

Dal 2008 in poi poco si è fatto per favorire l’occupazione dei giovani. La politica in generale è sempre più attenta ai bisogni dei lavoratori di età avanzata. Specie se pubblici.

Il welfare così forte in Italia, spinta anche e soprattutto dal grande potere dei sindacati, ha fatto in modo che si aggiungessero diritti su diritti a lavoratori già occupati. Di fatto paralizzando il mercato lavoro. A scapito dei nuovi entrati nel mercato.

Si è provato a fare qualcosa ultimamente, pensiamo al jobs act di Renzi. Ma sembra sicuramente non abbastanza.

3. Le colpe dei giovani

Sarebbe ipocrita ammettere che anche noi giovani non abbiamo qualche colpa. Forse siamo nati da una generazione ricca. E vediamo il nostro futuro povero. E questo un po’ ci spaventa e paralizza.

E, purtroppo, a volte ci rende paralizzati. Incapaci di fare sacrifici nello studio, nel lavoro dipendente o nel fare impresa.